Chi sono

Sergio Subazzoli è nato a Novellara da una famiglia di contadini, il 29 Maggio 1934 nella tenuta Riviera S. Bernardino.

E’ vedovo con due figli e tre nipoti e vive tuttora nella cittadina Gonzaghesca. Dal 1990 si è ritirato dal lavoro. E’ consigliere comunale dal 1999, eletto nella lista di maggioranza “Novellara oltre il 2000″.
Coltiva diversi hobby: la scultura su legno e creta e la passione per la scrittura dialettale attraverso racconti e poesie che ripercorrono e ricordano fatti e personaggi della sua S. Bernardino.

Dopo la licenza media inferiore ha cominciato subito a lavorare prima come bracciante agricolo, poi come scariolante, aiuto casaro e banconiere dello spaccio cooperativo, infine alle dipendenze di aziende specializzate, come tecnico.
Nel 1972 ha conseguito il brevetto di pilota per aerei leggeri. Nel 1995 ha festeggiato il suo sessantunesimo compleanno lanciandosi con il paracadute in tandem, da un’altezza di 3000 metri. Nello stesso anno ha fondato l’atelier di S. Bernardino di cui è anche responsabile, assumendosi l’impegno di trasmettere a chi lo desidera l’arte manuale dell’arrangiarsi con i mestieri di una volta.


Il rumore dei ricordi

Da bambino, vivevo in una famiglia patriarcale, molto povera, composta di diciannove persone.  Eravamo contadini e conducevamo un podere a mezzadria. Noi ragazzi eravamo ammessi a tavola solo con le donne, mentre gli uomini pranzavano per conto loro. Su diciannove persone gli uomini adulti erano solo quattro più il nonno paterno che impartiva gli ordini a tutti e a tavola mangiava in disparte,  prendendo le distanze anche dai figli che davano del voi ai genitori e pure la nonna dava del voi al marito.
Dopo la morte del nonno, lei non andò mai sulla sua tomba: “Lui sta là e sta bene dov’è e io ora sto bene qui e quando muoio non voglio che le mie spoglie riposino accanto alle sue” diceva.
La nonna, pur avendo vissuto una vita priva di soddisfazioni (o forse proprio per questo) aveva una mentalità moderna, per quei tempi, e una grand’umanità. Noi bambini le volevamo bene, ma solo molto tempo dopo io capii il significato dei suoi insegnamenti: che si può ottenere il rispetto di tutti anche con la dolcezza.
Le unità lavorative della famiglia erano otto in tutte, quattro coppie di sposi, più il nonno (al resdor-spendor) e la nonna (la resdora). Le tare erano i bambini, si, perché noi fanciulli costituivamo un peso per la famiglia e in più eravamo malvisti dai padroni perché mangiavamo senza produrre; “mangiano a tradimento” dicevano. Tuttavia dovevamo essere nutriti perché crescendo saremmo diventati buone braccia per i campi, anche se c’era il sospetto che qualcuno, stanco della vita di campagna, potesse andare a lavorare in fabbrica o addirittura emigrare all’estero.
Quando un bambino moriva, non era raro, tra gente disperata, sentirsi rivolgere queste parole di conforto: “Su facciamoci coraggio, d’ora in poi c’è una bocca in meno da sfamare”. Sentendo queste frasi ora, qualcuno dei nostri figli potrebbe scandalizzarsi, ma non bisogna confondere il cinismo, con la disperazione che era frutto della miseria, delle sofferenze e delle malattie.
Il nonno materno da bambino aveva contratto la polio e il suo braccio destro era rimasto menomato, ma questo non gli impedì di lavorare una vita intera e allevare una nidiata di figli. La nonna era umile e minuta, ma anche lei menomata da una malformazione alla schiena. Il nonno mi raccontava che da bambino, fino a quando si è sposato, ha sempre dormito nel fienile ricavandosi un giaciglio nel fieno, così come fa il cane nella sua cuccia. Solo quando si sposò gli fu assegnata una stanza. Lui, con due cavalletti e delle tavole di legno, si costruì il letto matrimoniale e la nonna cucì un materasso che fu imbottito con gli involucri delle pannocchie di granoturco; le piume delle galline o delle oche erano vendute ai signori. Quando sentivo queste cose, mi ritenevo fortunato ad avere un letto vero.
La nonna camminava sempre più arcuata man mano che passavano gli anni; a volte per farla arrabbiare, le chiedevamo: nonna, cerchi qualcosa per terra? -Si si- rispondeva, -cerco un po’ di sviluppina per farvi crescere-. Non era per niente avara, solamente tanto povera, e quei pochi spiccioli che possedeva dalla paura di perderli li teneva nel portamonete che legava con uno spago, poi se lo infilava in una tasca tenuta chiusa da un fermaglio e sopra, per maggior sicurezza, vi teneva anche una mano. Alla domenica lei chiedevamo un po’ di spiccioli per fare l’offerta in chiesa alla Clove.
Nonna, allora ce lì dai o no i soldi?: -Parlate un po’ più forte che non vi sento-, dopo due o tre tentativi si decideva e iniziava l’operazione inversa. Mentre armeggiava col borsellino, diceva: -Pregate ragazzi di non diventare sordi come me, pregate anche Santa Lucia che mi preservi la vista, così potrò intuire dai movimenti della bocca quello che mi chiedete-. Le prime volte ci credevamo, poi ci venne il sospetto che lo facesse per scherzare. Infatti  una volta, dopo che ci aveva consegnato le monetine, uno di noi, passandole dietro, ne lasciò cadere una sul pavimento, se l’aveste vista come si girò di scatto, sembrava un cagnolino che si morde la coda. -Allora nonna non è vero che sei sorda! -Come potete dubitare della mia parola!, ora andate  e con i soldi che rimangono, accendete un cero al Santo che sapete-. Non ci scottammo mai con quei ceri, perché con il rimanente ci compravamo il gelato o le caramelle. Pur sapendo che il Signore ci vedeva, il richiamo del gelataio, col carretto che ci aspettava fuori della chiesa, era molto più forte.
Don Pavesi non approvava tutto questo, ma non osava allontanare il gelataio, perché sarebbe stato un gesto contrario a ciò che aveva appena sostenuto  con l’omelia.

Provo oggi un po’ di rimorso, per le volte che ho disubbidito, ma più passano gli anni, più sento il bisogno di parlare del passato, di un trascorso non sempre facile, con gli anni che allora sembravano interminabili e che ora, attraverso il ricordo, passano da ieri all’oggi in un attimo, ricordandomi che fra non molto sarò al capolinea: un traguardo in cui anche l’oggi e il domani si fonderanno in tutt’uno.
Nei tanti momenti di sconforto (anche la mia vita non è stata del tutto facile), talvolta ho pensato di farla finita, ma poi pensavo che in fondo i miei vecchi avevano affrontato una vita ben più dura della mia e mi frenava la curiosità di sapere: “cosa succederà domani?”
Ed ora, che la vecchiaia mi sta progressivamente privando dell’udito, ascolto i miei ricordi con la mente e quando mi chiedono: “Quanti anni hai?”, rispondo alla maniera della nonna: -Non vi ho sentito- E mi piacerebbe continuare a fingere come  lei per poi ritrovare la monetina, ma nelle mie orecchie sempre più sta crescendo il pigolio di una stia di pulcini.

Sergio Subazzoli

3 risposte a “Chi sono”

  1. PIERO CAVAGNI scrive:

    Te lo dico io chi sei!!!!!!! Sei un grande!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!1

  2. alessandra scrive:

    grandeeeee! voglio imparare a impagliare!!!

  3. laura scrive:

    Sei sempre grande ciao

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